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LES INTRIGUES
RIVISTA LIBERA CRITICA PIXELATA DI CINEMA DIVERSO
-(schegge di (una) not(t)e)
Il negativo ci è già dato
ovvero: l’istante imperfetto-
enrico ghezzi
(Amici , mi chiedete un testo ‘nuovo’. Ma non ho mai scritto, ancora, di Debord. Continuo a pensare che il suo stesso folgorante implacabile scrivere sia condensato riaffermato evidenziato, infine sublimato e nascosto, proprio nei suoi film. Il suo cinema è una ‘charge of the light brigade’, è la folle ottusa ‘gloria’ walshiana di Custer. È, tragicamente e giocosamente, l’unico terreno possibile dello scontro. Quello su cui rivendicava la propria assoluta irrecuperabilità, il misconoscimento in quanto cineasta, la gloria della sconfitta.
Mi son trovato a rileggere i suoi film scritti. A piangere di fronte alle immagini – che non (ri)vedevo - di IngirumimusnocteetconsumimurignI, faville scomparse all’istante e per sempre presenti in quello che è il più grande melodramma rivoluzionario della storia del cinema, il threnos più lancinante sull’impossibilità di estendere la rivolta oltre la propria vita.
Riaperta al mondo la visione delle Opere Cinematografiche, passate in televisione e debitamente stoccate nell’eternità incerta del dvd, l’irriducibilità di esse alla visione e al commento è confermata. Se ne parla come se si continuasse a non vederle, o a non poterle vedere. Perché è così. Non per le contingenze mediocrissime della distribuzione cinematografica, in ogni tempo e paese, non per oscenità estrema o estrema sgradevolezza delle immagini. E neppure per le diverse fasi della gestione della visibilità delle proprie opere da parte dell’autore in vita. La situazione infernale palindromica, il nastro di moebius in cui ci si trova subito, resistono alla comunicazione e alla trasmissione. La sublime condensazione dello scritto/trascritto dei film è visione, il visto dei film è scrittura condensata e sublimata. Opere irriducibili a se stesse e in se stesse.
La ‘trasmissione’. Non voglio citare Lacan. Ma è evidente che più intensa e articolata e pensata e manifesta e segreta è un’esperienza e più essa pone – già in quello che appariva il suo ‘presente’- il problema durissimo della trasmissione, della reinvenzione di una genealogia, di un fraintendimento obbligato.
Con questo abbiamo a che fare, nominando leggendo e credendo di vedere Debord.
Racconterò – quando non so - di due o tre lapsus diversissimi. Uno: credo che il ‘meglio’ di quel che non ho scritto di Debord stia o stesse nelle ‘domande’ fatte nel corso della conversazione con Olivier Assayas che Roberto Turigliatto e io registrammo per il libro in occasione della retrospettiva di Venezia 2001 (decidemmo di lasciare solo il parlato di Assayas; non c’era tempo né spazio, eravamo già in stampa, il nostro era troppo lungo e difficile da trascrivere, quasi inaudibile, si era guastato il registratore e avevamo dovuto utilizzare l’audio di una telecamerina lontana da noi; per qualche mese pensammo di fornire un giorno la ‘versione completa’, poi il tempo e il disordine ci hanno preservato dal restaurarci). Due: con accanimento ripetitivo, senza pensarci non dico due volte ma nemmeno una, in varie notti debordiane post-twin towers ho mandato in onda in ‘negativo’ l’intero film-Custer di Walsh (They Died with Their Boots On) e più spesso la scena della battaglia finale senza superstiti. Tre: nessuno si accorse (per primo io, che mandai il testo in tipografia nel momento stesso in cui si finiva di stampare il libro) che l’ultima frase del mio piccolo scritto introduttivo non capovolgeva ma lasciava letteralmente surplace lo stupendo aforisma di Kafka: ‘fare il negativo ci è ancora imposto, il positivo ci è già dato’ . Diventava uno stolido: ‘fare il negativo ci è ancora imposto, il negativo ci è già dato’, Anche adesso, riscrivendo, per due volte ho ripetuto lo stesso orrore, questo saltare a vuoto e nel vuoto tra il negativo e un se stesso/altro stesso.
Problema mio, immagino. Ciao. e g h)
Rifinire (il discorso, l’analisi?)? No. Ri-finire.‘Riprendere dall’inizio’. Il serpente mitico si mangia la coda, oltrepassa lo strisciare della serps, diventa occhio enigmatico e spirale abissale.
La situazione non dice (più) nulla, e’ perfettamente chiara.
Il dettato finale del cinema di Debord (prima di quel rifarsi televisivo postumo, amarissimo e beffardo, provocato da sé ma infine affidato a altri da sé, ‘realizzato’ infatti solo dalla ri-presa che fu la messa in onda televisiva prevista secondo il rituale di esequie che allo spettacolo negano proprio (secondo la sua volontà) la presenza dell’autore) continua a essere irriducibile.
Non e’ il numero delle visioni dei suoi film a fare la differenza, ma la differenza a costituire la visione, scarto riottoso rispetto alla supposta leggibilità delle immagini e all’illusione di essere in sincrono con esse. L’immagine è il fuorisincrono sensibile, se appena proviamo a fissarla nella memoria. Mai come in Debord la riconoscibilità dell’immagine include il non poterla conoscere se non come scarto e falso ritorno.
Meccanismo infernale, con possibilità (o scacchistico ‘obbligo’) di giocare. Il détournement è possibile perchè l’immagine è anagramma inevitabile, destino istantaneo non appena la si ferma per guardarla negli occhi della sua faccia fotogrammatica. Il rovello ossessivo del tempo, del suo colare liquefatto e del suo dissolversi in polvere nell’aria, si muta nel palindromo quale flagranza spaziale del tempo. Debord gioca il discorso sentimentale del rimpianto, del fluire e perdersi del tempo, in senso opposto, quasi di riconoscimento del destino palindromico e della nostalgia meccanica automatica impersonale involontaria che il cinema promuove e condensa proprio convocando e ripresentando (senza fine né inizio) il presente.
Si capisce lo scatto del Debord neanche ventenne nel vedere la bava eterna del film ossimoro di Isou. E poi subito il suo prodigioso partire – con Hurlements - non dall’inizio né dalla fine del film, ma dalla rifine e riinizio che ogni punto/istante è. Per contingente che possa apparire l’assenza totale di immagini (inizialmente previste, ma già letteralmente riviste in quanto repertorio), la stessa eventuale difficoltà economica della ricerca di esse dà luogo a una sorta di gnosi estrema della visione e già a una distanza da essa con la voce/voci letteralmente da pre-visioni del ‘tempo’, di quel che non esiste.
Ancora nei suoi vent’anni, il gesto di In Girum è già ‘ripreso dall’inizio’ nello strepitoso Mémoires.
Vivere, scrivere, sottrarsi, lottare e filmarsi, è già vivere le proprie memorie. L’urlo, inutile, è contro questo. Non si può lottare, non si può inventare la situazione della lotta, senza sapere quanto si sia all’istante in essa ‘detournés’ noi stessi.
(da continuare prima dell’inizio)
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